UE a un bivio: non sprechiamo la possibilità di un approccio sistemico contro lo spreco alimentare

La campagna contro lo spreco alimentare che si è diffusa in Europa e nel mondo negli ultimi anni sembra avvicinarsi a un riconoscimento formale da parte delle autorità europee. Dopo i primi esperimenti normativi da parte delle amministrazioni locali e, nel 2014, il primo tentativo fallito di coinvolgere la Commissione europea da parte di un membro del Parlamento, gli interventi di Francia e Italia, l’ampio sostegno pubblico e una risoluzione del Parlamento sembrano aver finalmente attirato l’attenzione di Commissione e Consiglio. Lo scorso anno sono state lanciate due piattaforme digitali che coinvolgono diversi stakeholder (Food Loss and Waste Platform e Refresh), sono stati emanati gli orientamenti dell’Unione europea per le donazioni alimentari e il dialogo a tre su una versione aggiornata della direttiva quadro sui rifiuti sta per giungere a termine.

L’ottimismo e la soddisfazione paiono essere diffusi negli ambienti europei. Il Commissario europeo per la salute e la sicurezza alimentare Andriukaitis, per esempio, ha recentemente celebrato il fatto che tutta l’Europa si stia muovendo, in particolare tramite la combinazione di responsabilità e monitoraggio nazionale, le linee guida sulle donazioni alimentari, l’ottimizzazione dell’uso di prodotti alimentari nel settore nei mangimi, l’attuazione dei principi dell’economia circolare, l’uso delle indicazioni di scadenza e la creazione di piattaforme online. Questi sarebbero, a detta del Commissario, chiari segnali del desiderio dell’Unione europea di “combattere contro le perdite e gli sprechi di cibo in ogni fase della filiera alimentare”.

A prima vista, potremmo guardare con interesse e speranza a questo moltiplicarsi di forme e spazi di intervento contro lo spreco di alimenti commestibili e all’intervento dell’Unione Europea in un processo di riforma del sistema alimentare transnazionale, finora rimasto nelle mani dei singoli legislatori. Di fatto, la lotta contro lo spreco alimentare non può concentrarsi su un unico punto della filiera, e non può riguardare esclusivamente la ridistribuzione. Allo stesso tempo, le filiere alimentari attraversano le frontiere e le perdite alimentari (anche dopo il raccolto) spesso si verificano sotto giurisdizioni diverse e per svariati motivi. Chi meglio dell’Unione europea, potremmo dire, sarebbe in grado di coordinare efficacemente un intervento olistico, capace di gestire i tanti luoghi delle perdite e degli sprechi (dalla produzione alla fase successiva al consumo), passando attraverso monitoraggio, produzione di dati, sensibilizzazione e cooperazione grazie a piattaforme di stakeholder internazionali e accessibili? Inoltre, verrebbe da aggiungere, qualsiasi azione che contrasti lo spreco alimentare e cerchi di rimediare all’ipocrisia del sistema alimentare dovrebbe essere ben accolta. Attaccare una misura volta a ridurre lo spreco, soprattutto se prevede la ridistribuzione del cibo a chi non ha la capacità economica di acquistarlo, sarebbe inappropriato e politicamente scorretto.

Tuttavia, come è vero che non è tutto oro quel che luccica, è anche vero che non tutte le azioni contro lo spreco alimentare sono intrinsecamente positive. Al contrario, la dichiarazione dell’Unione europea di voler combattere in ogni fase della filiera dev’essere valutata alla luce alla capacità dei suoi singoli elementi di affrontare i problemi sistemici che producono lo spreco alimentare, e non solo le sue manifestazioni superficiali. In breve, e per continuare a usare la metafora belligerante usata dal Commissario e da diversi attivisti che hanno individuato lo spreco alimentare come il nemico da sconfiggere, non solo si può scegliere se combattere una battaglia con un cucchiaio di legno o una spada laser, ma gli alleati possono decidere di agire insieme, oppure di prendere d’assalto il campo di battaglia individualmente, con poca coordinazione e con il rischio che tutto degeneri in inefficienze e frustrazione. Occorre poi chiederci se il nemico comune sono le perdite e lo spreco d cibo, o invece chi ne è causa. Non dovremmo forse avere nel mirino chi spreca, invece che lo spreco?

Con l’accordo tra Commissione, Parlamento e Consiglio in procinto di essere finalizzato, è urgente mettere in discussione le principali misure identificate dal Commissario europeo e il modo in cui risponderanno al desiderio dei cittadini di ridurre drasticamente lo spreco alimentare e alla richiesta del Parlamento europeo di “una risposta strategica coordinata a livello dell’Unione europea e degli Stati membri, in linea con le rispettive competenze, che tenga conto non solo delle politiche in materia di rifiuti, sicurezza alimentare e informazioni sugli alimenti, ma anche degli aspetti concernenti le politiche economiche, di bilancio, finanziarie, della ricerca e dell’innovazione, dell’ambiente, strutturali (agricoltura e pesca), dell’istruzione, sociali, commerciali, della tutela dei consumatori, dell’energia e degli appalti pubblici”. In particolare, dobbiamo chiederci se gli orientamenti dell’Unione europea sulle donazioni alimentari adottati a ottobre 2017 e la versione rivista della direttiva quadro sugli sprechi attualmente in fase di discussione siano in grado di creare uno spazio di dialogo, cooperazione e controllo tale di invertire la tendenza in un’area nella quale l’Unione europea ha finora ottenuto scarsi risultati.

Soprattutto, dovremmo valutare se la nuova disciplina europea sullo spreco alimentare riuscirà a realizzare le promesse fatte con l’adozione dell’obiettivo di sviluppo sostenibile (SDG) 12.3 e l’impegno, entro il 2030, a “dimezzare lo spreco alimentare globale pro-capite a livello di vendita al dettaglio e dei consumatori e ridurre le perdite di cibo durante le catene di produzione e di fornitura, comprese le perdite del post-raccolto”. In un tweet recente, il Commissario Andriukaitis ha espresso tutto il suo ottimismo, promettendo di saltare dentro un bidone pieno di cibo buttato via se entro il 2030 l’obiettivo 12.3 non sarà raggiunto. La risposta, tuttavia, è ambigua se non negativa. I motivi sono almeno tre.

Innanzitutto, i documenti trapelati e ottenuti da Euractiv.com rivelano la recente esclusione di un obiettivo obbligatorio in materia di spreco alimentare dalla direttiva quadro. Analogamente, la DG Salute e sicurezza alimentare ha dichiarato che la Commissione desidera cooperare al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile e con gli altri attori globali, ma non che intende allinearvisi. Con la scusa delle diversità di standard e rendicontazione tra paesi membri, l’impegno preso nel 2015 di fronte all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite è oggi visto come un onere invece che un’opportunità per avviare un cambiamento efficace. Certo, gli SDG sono stati ampiamente criticati e hanno dei limiti intrinsechi, ma offrono uno scopo chiaro e legittimo che potrebbe essere trapiantato nella direttiva e trasformare gli interventi regionali, nazionali e locali da azioni di buona volontà in obbligo urgente. Inoltre, la mancanza di metodologie condivise dovrebbe essere una ragione in più per adottare requisiti obbligatori e lavorare affinché siano introdotti, non una scusa per rifuggirli.

In secondo luogo, gli Orientamenti dell’Unione europea sulle donazioni alimentari 2017 adottano un’interpretazione rigida e preoccupante della legge europea (in particolare del regolamento sui principi e i requisiti generali della legislazione alimentare 178/2002), facendola apparire come un irremovibile censore capace di bloccare ogni serio tentativo di mettere insieme il recupero degli sprechi alimentari e la riduzione della fame, compresi i recenti interventi legislativi italiani e francesi. Per dare un esempio, le associazioni caritative e gli attori del terzo settore che distribuiscono regolarmente prodotti alimentari (anche gratuitamente) sono categorizzati come operatori del settore alimentare e, pertanto, sono soggetti agli stessi requisiti di informazione, trasparenza e igiene, e alle stesse disposizioni in materia di responsabilità che l’articolo 17 del regolamento 178/2002 applica agli operatori del settore alimentare “tradizionali” (e a scopo di lucro).

L’adozione di tale posizione negli orientamenti fa emergere almeno tre considerazioni che vanno esaminate con urgenza e preoccupazione:

  1. un sistema rigido di controlli e potenziali responsabilità è davvero compatibile con la riduzione dello spreco alimentare, come dichiarano gli orientamenti, o rischia invece di offrire una scusa per l’inerzia di aziende, amministrazioni pubbliche, enti caritativi e attori del terzo settore?
  2. gli orientamenti affermano correttamente che le donazioni alimentari devono garantire che i beneficiari ricevano prodotti ugualmente sicuri, ben conservati, non scaduti e chiaramente etichettati (perché non esistono cittadini di seconda scelta a cui dare cibo di seconda scelta). Non si può però ignorare la rilevanza del costo degli oneri logistici e organizzativi per poter garantire tali standards ed il fatto che nulla viene detto a riguardo;
  3. se viene distribuito meno cibo a causa di standard troppo rigidi, agli stati membri restano solo due possibilità: possono seguire l’esempio francese e introdurre un meccanismo di sanzioni nei confronti degli attori professionali che generano perdite e sprechi alimentari – ma a tutti i livelli della filiera alimentare e nella giurisdizione di competenza – affinché siano i responsabili delle perdite e dello spreco (e non il pianeta) a pagare le conseguenze delle proprie strategie aziendali. Diversamente, si può scegliere di cambiare la normativa nazionale in ambito di salute e igiene alimentare, in modo da garantire la compatibilità con la direttiva e, allo stesso tempo, ridefinendo ampiamente il regime di responsabilità in caso di donazioni fatte in buona fede. Al di fuori di questi casi, la rigida applicazione degli standard dell’Unione europea garantisce la sicurezza nel percorso tra produzione e clienti paganti, ma difficilmente può incidere sulla riduzione della quantità totale di perdite e sprechi alimentari.

Infine, dirigere l’attenzione su distribuzione, economia circolare, date di scadenza e il coinvolgimento di tutti gli stakeholder finisce per ignorare il fatto che perdite e sprechi sono fenomeni intrinsechi e sistemici del sistema alimentare convenzionale e che ci sono altre aree da affrontare, in cui l’intervento dell’Unione europea potrebbe essere cruciale. Naturalmente, l’Unione europea è molto chiara nel ricordare che l’ambito delle sanzioni penali e civili è di competenza nazionale e che nulla di più può essere fatto a livello centrale, nemmeno mettere in discussione la costante criminalizzazione dello “skip diving” (la ricerca di prodotti recuperabili nei bidoni dei rifiuti) o le azioni legali lanciate contro il “gleaning” (la raccolta di frutta e ortaggi esclusi dalla vendita). Tuttavia, se l’Unione europea volesse rispondere adeguatamente alla richiesta del Parlamento di attuare un’azione coordinata e sistemica, non potrebbe che andare al di lá dell’attuale dato normativo e ripensare integralmente al ruolo del diritto e delle attuali istituzioni.

Innanzitutto, il dialogo a tre dovrebbe portare all’approvazione di di chiari obiettivi in materia di perdite alimentari e riduzione degli sprechi all’interno della direttiva quadro sugli sprechi, nonchè pensare alla possibilità di rivedere il regolamento sui principi e i requisiti generali della legislazione alimentare. Ma non è tutto. L’Unione europea sta per approvare la nuova Politica Agricola Comune, ha elaborato gli standard europei per gli appalti pubblici verdi, monitora e controlla la mobilità interna dei prodotti alimentari e le possibilità di stoccaggio, è responsabile della valutazione di eventuali comportamenti anticoncorrenziali (non pagare il costo dello spreco alimentare, a spese dell’ambiente e della vite delle persone, non è forse una forma di vantaggio competitivo iniquo?) e, cosa ancora più importante, limita le possibilità da parte degli stati membri di attuare politiche fiscali espansive, che potrebbero essere introdotte per aumentare il potere d’acquisto dei cittadini europei più marginalizzati, riducendo così la dipendenza da donazioni e attività caritative. Tutti questi ambiti hanno a che fare con il cibo ed il suo spreco, e non è piú accettabile che siano tenuti al di fuori dalle attuali proposte di riforma (probabilmente perchè porterebbero a chiedersi se il mercato auto-regolamentato sia davvero capace di generare il benessere collettivo).

Non c’è dubbio che l’Unione europea debba andare oltre la superficie del problema. È richiesto dai cittadini, ma fa anche parte degli obblighi del Trattato di Lisbona, delle convenzioni internazionali sui diritti fondamentali degli esseri umani, e dell’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici. L’Unione europea potrebbe assumere un ruolo guida, riconoscendo chiaramente gli obiettivi obbligatori nella revisione della direttiva quadro sugli sprechi e provando ad essere più ambiziosa nei suoi interventi e nelle sue riforme. Di certo la strada che conduce all’eliminazione degli sprechi alimentari è ripida e irta di ostacoli, ma l’Unione europea deve assicurarsi di essere sul giusto percorso e di indossare le scarpe più adatte all’impresa. Vedere il Commissario Andriukaitis buttarsi in un bidone pieno di rifiuti alimentari non sarebbe certo abbastanza per compensare l’opportunità mancata.

 

Tomaso Ferrando

University of Bristol Law School 

Twitter @ferrandotom

 

Foto @Floriane Charles: il Commissario Andriukaitis ha promesso di saltare in un cassonetto pieno di rifiuti alimentari se non viene raggiunto il target SDG12.3 entro il 2030.


  • Hai imparato qualcosa di nuovo da questa pagina?
    Did you learn something new from this page?

  • Yes    No