Latte in polvere nei formaggi: tutti schierati contro l’Europa

Entro il 29 settembre l’Italia dovrebbe – su ingiunzione dell’ Unione europea – abrogare la legge che vieta l’uso del latte in polvere nella caseificazione. Slow Food ha reagito a questa ingerenza, non c’è altro modo per definire la presa di posizione dell’Unione, lanciando una petizione che in pochissimo tempo ha raccolto 150.000 firme. Ora il fronte del dissenso si è allargato moltissimo: grazie alla spinta nostra e di Coldiretti hanno preso posizione Comuni, Regioni, deputati, organizzazioni professionali. Insomma, si è realizzato un vastissimo movimento, che fa capire come ci sia una chiara percezione dell’alta qualità dei nostri formaggi e si teme che l’uso del latte in polvere la possa compromettere. Con buona pace di tutti i sapientoni che non hanno capito che questa resistenza non nasceva da una “bufala” come ha scritto qualcuno, ma dal timore che l’apertura al latte in polvere straniero potesse aggravare la crisi che il settore da anni va subendo.

Il ministro Martina si trova di fronte a una bella gatta da pelare: ignorare l’ingiunzione non si può, deludere l’opinione pubblica, totalmente schierata contro il provvedimento, neppure. Ma il vice-ministro Olivero, inaugurando Cheese, ha dichiarato che il governo si opporrà in tutte le maniere a questo provvedimento. Tuttavia ci piacerebbe che qualche giurista ci spiegasse come mai l’Europa sia contro una legge nazionale più restrittiva di quella comunitaria. La Ue tollera le leggi dei paesi del nord Europa che vietano i formaggi a latte crudo. Non è anche questa una disposizione che va contro la libera concorrenza? I paesi che ammettono tale produzione (Francia, Italia, Spagna, Portogallo) si vedono interdetta l’esportazione in quelle aree. Non è questa una disparità di valutazione evidente? Comunque vada la vertenza, dovremmo almeno pretendere che, nel caso di utilizzo di latte in polvere, la presenza di questo ingrediente sia dichiarata in etichetta, e poi sarà il consumatore a far pesare la sua valutazione.

Piero Sardo

Da La Stampa del 20 settembre 2015

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