La carne è debole, ma la politica continua a ignorarlo

Nella seconda metà del Novecento il consumo globale di carne è aumentato di 5 volte, passando dai 45 milioni di tonnellate di carne consumati nel 1950 agli attuali 250 milioni di tonnellate.

Secondo le stime della Fao, questo consumo è destinato a raddoppiare entro il 2050. Questo dato, da solo, serve a farci capire quanto una situazione già difficile da amministrare diventerà completamente insostenibile in poco più di trent’anni. Se davvero i consumi raddoppieranno, infatti, non sarà una produzione virtuosa a soddisfare il crescente appetito mondiale, ma gli allevamenti intensivi che sono all’origine di dissesti ambientali, sofferenze inaccettabili per gli animali, problemi sempre più complessi per la salute umana.

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La carne e il riscaldamento climatico

La produzione industriale e il consumo di carne sono centrali per la questione del riscaldamento climatico. Per questo nell’appello di Marrakech redatto in occasione della COP22 Slow Food ha sottolineato come questi siano due aspetti da affrontare con urgenza se si vuole fare qualcosa di concreto per la salute del nostro pianeta. Consumi di carne sempre più elevati sarebbero responsabili del 14,5% delle emissioni di gas serra, se si tiene conto di tutta la filiera, dalla coltivazione di vegetali per i mangimi fino al consumo finale. All’emissione di gas serra si sommano altre conseguenze negative per l’ambiente: l’inquinamento del suolo e dell’acqua dovuto ai rifiuti e agli scarti degli allevamenti; il sovrasfruttamento delle risorse idriche impiegate per allevare gli animali e per irrigare le monocolture intensive destinate alla produzione mangimistica; la distruzione di habitat ed ecosistemi per creare nuovi pascoli, campi e allevamenti.

 

Il benessere animale e la salute umana

La connessione tra benessere animale e salute umana, d’altra parte, si sta rivelando sempre più forte. È di pochi giorni fa il nuovo report dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), che mostra come l’antibiotico resistenza sia in costante aumento in molti paesi del mondo. Come abbiamo mostrato una delle cause principali per spiegare questo fenomeno è l’utilizzo massiccio di antibiotici utilizzati negli allevamenti intensivi per sopperire a scarse condizioni igieniche, sovraffollamento e stress che generano le numerose malattie che colpiscono gli animali.

 

Il pianeta non sta bene, gli animali non stanno bene, l’uomo non sta bene, e la politica cosa fa?

Se da un lato è sempre più evidente che questi fenomeni sono profondamente legati tra loro, e che la soluzione stia in una decisa inversione di marcia nei consumi – la cui quantità va limitata – e nella produzione – la cui qualità va migliorata –, dall’altro ci sembra che la risposta degli organismi politici sia assolutamente inadeguata, quando non palesemente dannosa. Ci chiediamo come mai in un appuntamento importante dedicato al cambiamento climatico, com’è stato l’incontro di Marrakech la questione della produzione intensiva e dei consumi di carne sia stata completamente ignorata. E ancora di più ci chiediamo come sia possibile che il Commissario europeo Phil Hogan, apparentemente ignorando tutte queste premesse, si sia impegnato a investire nel consumo di carne sul fronte europeo e del manzo europeo sui mercati esteri. Insieme a numerose altre organizzazioni, il 10 novembre abbiamo inviato a Phil Hogan una lettera evidenziando tutte le nostre preoccupazioni. Fiduciosi, attendiamo una risposta, e ancora di più vorremmo un cambiamento di strategia negli investimenti europei.

 

Su produzione e consumi è più che mai necessario fare qualcosa a livello individuale e come organizzazioni della società civile. Ma allo stesso tempo è necessario fare qualcosa a livello politico. La campagna Slow Meat lavora per ristabilire un equilibrio nel sistema di produzione e nei consumi. Meno carne, ma di migliore qualità: per noi è questa l’unica soluzione.

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