Il glifosato: innocuo o probabilmente cancerogeno?

Risale a pochi giorni fa la pubblicazione da parte dell’Efsa (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) di una valutazione sul glifosato, una sostanza chimica ampiamente utilizzata nei pesticidi. Secondo l’Efsa «è improbabile che il glifosato costituisca un pericolo di cancerogenicità per l’uomo» e l’agenzia si limita a proporre «nuovi livelli di sicurezza che renderanno più severo il controllo dei residui di glifosato negli alimenti».

Sul glifosato abbiamo letto molto nei libri di Marie-Monique Robin, Il mondo secondo Monsanto e Il veleno nel piatto. In più occasioni la giornalista e documentarista francese ha puntato il dito contro questo composto chimico che rientra nell’erbicida Roundup, prodotto da Monsanto fin dagli anni Settanta e diffuso sia nelle monocolture sia nei giardini e negli orti di casa.

La multinazionale ha sempre sostenuto che fosse un erbicida biodegradabile al 100% e inoffensivo per l’uomo e per l’ambiente. Peccato che sia stata condannata prima negli Usa e successivamente in Francia per pubblicità ingannevole. Peccato che chi ne ha avuto esperienza diretta possa testimoniare della sua elevata tossicità e dei rischi per la salute a lungo termine: può provocare il cancro, ma porta anche a sterilità, aborti, malformazioni genetiche; interviene a livello endocrino, alterando il sistema riproduttivo femminile e maschile. Peccato che le comunità rurali argentine, ad esempio, che vivono molto vicino a enormi campi di soia fumigati con aerei, siano più volte state colpite dagli effetti immediati di un’intossicazione acuta: dermatiti, infiammazioni agli occhi, vomito, difficoltà respiratorie.

La Robin ha lavorato a lungo sull’argomento – oltre tre anni alla ricerca di informazioni, pareri di esperti e via dicendo. Tuttavia, qualcuno potrebbe obiettare che il suo non è un parere scientifico. È importante e fondamentale aggiungere, pertanto, che proprio quest’anno, nel mese di luglio, l’Agenzia per la ricerca sul cancro (Iarc) dell’Oms, ha pubblicato una valutazione di segno opposto a quella dell’Efsa, nella quale il glifosato è qualificato come «probabilmente cancerogeno», con una «evidenza limitata» per gli esseri umani – in correlazione al linfoma non-Hodgkin – e una «evidenza sufficiente» per le cavie da laboratorio, ed è stato classificato nel gruppo 2A.

Greenpeace ha evidenziato come la ricerca dell’Efsa presenti molte criticità, tra cui il fatto di fondarsi in buona parte su studi non pubblicati e commissionati dalle aziende produttrici e il fatto di non aver tenuto in conto, al contrario, studi pubblicati e peer-reviewed, che correlano questo erbicida al cancro.

Sembra che la storia sia destinata a ripetersi tristemente, con le multinazionali del cibo e della chimica così potenti e influenti da determinare da parte dell’Efsa una presa di posizione incomprensibile, addirittura contrapposta a quella della più autorevole agenzia di ricerca sul cancro a livello internazionale.

Nei prossimi mesi la Commissione europea si pronuncerà sull’utilizzo del glifosato nell’Unione dopo la scadenza, prevista per il 30 giugno 2016, dell’attuale autorizzazione. La speranza è che questo articolo, i molti che seguiranno, così come gli appelli da parte della società civile abbiano la forza di influenzarne il parere. La speranza è che la Commissione prenda una decisione indipendente dal parere dell’Efsa, tenendo pienamente conto del rapporto prodotto dallo Iarc.

 

Silvia Ceriani

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