Ogni anno il benessere di milioni di animali allevati per produrre latte, carne e uova destinati al consumo umano risulta gravemente compromesso. 
Secondo i dati FAO, gli esseri umani che dipendono dall’allevamento degli animali per ricavarne reddito e cibo, ma anche per affermare la propria identità culturale e status sociale sono circa un miliardo. Si calcola che il 60% delle famiglie stanziate nelle aree rurali pratichi una forma di allevamento. 

Il sistema alimentare attuale costituisce una grave minaccia per la sopravvivenza dei piccoli allevatori che non riescono a sostenere la competizione con i grandi produttori e con i bassi prezzi della produzione industriale di carne. 
La produzione intensiva di carne richiede grandi superfici per consentire il pascolo e la produzione di mangimi animali: circa 3,5 miliardi di ettari di terra (che costituiscono il 26% del totale della terraferma) sono interessati dalla produzione animale. La produzione intensiva di mangime animale ha un impatto ambientale devastante: si calcola che l’allevamento del bestiame sia responsabile di circa l’80% della deforestazione nella regione amazzonica.

Nel 2007, il Trattato di Lisbona sottoscritto dai paesi dell’Unione europea ha ufficialmente riconosciuto agli animali lo status di esseri senzienti, impegnando gli Stati membri ad adoperarsi per adottare politiche il più possibile rispettose del loro benessere. 
Nel sistema attuale gli animali pagano invece un prezzo elevato. Gli allevamenti industriali riducono gli animali a mere macchine, a merci: essi sono costretti in gabbie strettissime o confinati in spazi ridotti dove trascorrono una vita breve quanto dolorosa
Vivere in queste condizioni rende gli animali più vulnerabili alle malattie: in molti allevamenti intensivi si iniettano loro, a intervalli regolari, vaccini e antibiotici, sostanze potenzialmente nocive per chi ne consumerà la carne. Solo negli Stati Uniti l’80% dei vaccini prodotti è destinato al settore dell’allevamento, e i dati relativi alla Germania mostrano che gli antibiotici per uso veterinario utilizzati ogni anno sono pari a 1700 tonnellate, a fronte delle circa 300 tonnellate destinate all’uomo.

Fin dai primi anni novanta del secolo scorso l’Unione europea è stata all’avanguardia nel campo dell’innovazione giuridica in materia di benessere animale. Negli anni sono stati raggiunti risultati significativi: l’allevamento di pollame in batteria è stato bandito, così come le gabbie di gestazione per le scrofe (dopo le prime settimane di gravidanza) e l’uso di pastoie per le scrofe e i vitelli. Il nocciolo del problema resta però l’effettiva implementazione delle norme.

La seconda Strategia dell’Unione europea per la protezione e il benessere degli animali, che precisa la posizione dell’UE fino al 2015, è stata resa pubblica nel 2012. Il documento conferma l’impegno della UE, ma elude diversi aspetti del problema, per i quali spesso esiste un grave vuoto legislativo:
– Il trasporto degli animali: la legislazione vigente consente ancora di trasportare gli animali per più giorni consecutivi. I comitati per la tutela dei diritti degli animali premono per introdurre un tetto massimo di otto ore (una quantità di tempo ancora troppo elevata per Slow Food). 
– Le vacche da latte: non esiste ancora una legge sul benessere delle vacche utilizzate nell’industria lattiero-casearia. 
– Antibiotici: occorre elaborare una strategia per una drastica riduzione dell’uso di antibiotici nell’allevamento. 
– Animali clonati: il divieto di commercializzare carne ottenuta da animali clonati o da loro discendenti non è ancora formulato in modo sufficientemente esplicito. La clonazione di animali o l’allevamento dei loro discendenti comporta gravi sofferenze per gli animali. 
– Etichettatura: non esiste ancora un sistema di etichettatura chiaro per i prodotti a base di carne. I consumatori sensibili al problema del benessere animale non sono messi in condizione di fare scelte consapevoli. 


Slow Food ritiene necessaria una maggior coerenza delle politiche alimentari a livello dell’Unione europea e, a questo scopo, auspica che le misure della Politica agricola comune in materia di benessere animale diano un sostegno concreto agli agricoltori. In particolare, è necessario introdurre misure che consentano di riconoscere il costo del benessere animale, sostenendo gli allevatori che scelgono volontariamente di migliorare i loro standard in misura superiore ai requisiti minimi legali. Slow Food si impegnerà ulteriormente per il pieno riconoscimento del benessere animale come elemento fondante della futura strategia dell’Unione europea per la sostenibilità del sistema alimentare.

Dai dati di un’inchiesta realizzata da Slow Food sul consumo di carne e sul benessere animale e rivolta ai propri soci in Europa, risulta che l’89% degli intervistati ritiene che il benessere animale non goda di sufficiente attenzione nel quadro delle politiche attuate dai loro paesi. I soci hanno inoltre invitato Slow Food ad impegnarsi attivamente per accrescere la consapevolezza delle pubbliche autorità e per sostenere i produttori che lavorano per migliorare le condizioni dei propri animali.


Guarda il video sul benessere animale, prodotto dalla Commissione europea, in cui Piero Sardo, Presidente della Fondazione Slow Food per la Biodiversità Onlus, spiega la posizione di Slow Food sul benessere animale.

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