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L'oceano è in vendita?

Le riserve ittiche, patrimonio comune dell'umanità


Come l’atmosfera o l’universo, il mare è uno spazio aperto che, al di fuori delle acque costiere, non appartiene a nessuna nazione o popolo in particolare, anche se questi vi attingono direttamente, da secoli, alimenti che quindi non hanno prodotto da sé. Gli oceani sono una risorsa di tutto il pianeta, un bene comune dell’umanità, perché hanno un ruolo troppo importante. Non bisognerebbe mai dimenticarlo. È inaccettabile, perciò, che alcune nazioni o lobby si arroghino il diritto di pescare fino all’estinzione specie minacciate, come il tonno rosso, e contribuiscano a distruggere gli ecosistemi nell’unica prospettiva di ricavarne profitto immediato. Se una specie di pesce scompare, scompare per tutta la comunità umana e questa perdita si ripercuote ben al di là della singola specie: spesso, infatti, è tutta la catena trofica a subirne le conseguenze, dato che gli equilibri oceanici sono estremamente fragili. Le balene non appartengono al Giappone o all’Islanda, le sardine del Mediterraneo non appartengono agli Italiani. Appartengono all’oceano.


Ciononostante, oggi più che mai, le risorse ittiche sono considerate come semplici merci, piuttosto che un patrimonio comune di risorse naturali:
nella nostra economia globalizzata il pesce è ormai uno dei prodotti più commercializzati al mondo.

Paragonato a volte a un “Far West senza sceriffo”, il settore è dominato dalla legge del più forte. L’onnipotente colosso giapponese Mitsubishi detiene il 60% del commercio del tonno rosso dell’Atlantico. Il 40% degli allevamenti cileni di salmone è in mano a poche multinazionali.

Se non si adotta un nuovo approccio alla pesca e al consumo, che vada nella direzione di una gestione globale di un patrimonio comune di risorse limitate, le drammatiche conseguenze sociali e ambientali delle pratiche attuali rischiano di diventare irreversibili. Diversi fattori di natura tecnologica, economica e giuridica hanno fatto sì che prevalesse una visione prettamente mercantilista delle risorse ittiche.


Il fattore tecnologico


Fino a qualche decennio fa l’equilibrio tra quanto prodotto dagli ecosistemi e quanto prelevato dagli uomini poggiava sul raggio d’azione ridotto delle attività umane: le zone di pesca erano circoscritte al litorale costiero (a distanza) e a tutto o a parte della piattaforma continentale (in profondità). Tuttavia, dagli anni Cinquanta in poi, l’industrializzazione ha reso possibile lo sfruttamento di zone geografiche fino a quel momento inaccessibili. La meccanizzazione degli arnesi da pesca, il miglioramento dei mezzi di trazione e l’intensificarsi delle attività hanno portato a un eccessivo e cronico sfruttamento dei mari e degli oceani. Ormai è ampiamente riconosciuto che la diffusione della pesca industriale ha coinciso con il progressivo degrado delle risorse ittiche, mentre la pesca artigianale esiste e continua a essere praticata da migliaia d’anni.


Il fattore giuridico

A partire perlomeno dal XVII secolo, è il principio di libertà ad avere dominato il diritto del mare, di origine prevalentemente consuetudinaria: il mare e gli oceani sono aperti a tutti e non appartengono a nessuno, ad eccezione di una stretta fascia lungo la costa dove lo stato rivierasco esercita una piena sovranità (3 miglia marine nel XVII secolo, il che equivaleva alla gittata di una palla di cannone).

Gli spettacolari progressi e i rischi associati alle attività umane hanno fatto sì che nel corso del XX secolo si moltiplicassero le rivendicazioni spesso concorrenti sui mari. Questa circostanza ha spinto la comunità internazionale a dotarsi di un regime comune, basato sul principio della libertà dei mari. Da una ventina d’anni si sono adottati strumenti giuridici e piani d’azione al fine di stabilire una governance dei mari e degli oceani.

La firma, nel 1982, della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS) ha segnato il primo passo politico significativo verso l’idea che gli oceani sono patrimonio comune dell’umanità. Entrata in vigore nel 1994, la convenzione è stata ratificata ad oggi da 160 stati sui 190 circa che fanno parte della comunità internazionale. L’accordo definisce i limiti della giurisdizione degli stati sull’oceano, l’accesso al mare, la navigazione, le ricerche scientifiche, la protezione dell’ambiente marino, lo sfruttamento delle risorse viventi, lo statuto legale delle risorse dei fondi oceanici nelle acque internazionali e il regolamento dei conflitti. La maggior parte dei paesi industrializzati l’ha ratificata, ad eccezione degli Stati Uniti. Secondo il diritto del mare, le aree costiere sono costituite da una zona che si estende a 12 miglia marine al largo delle coste degli stati (zona di sovranità territoriale) e di una zona detta di esclusività economica (ZEE), che si estende a 200 miglia (370 km) al largo delle coste. In quest’ultima lo stato rivierasco dispone di «diritti sovrani ai fini dell’esplorazione e dello sfruttamento, della conservazione e della gestione delle risorse naturali, delle acque sopra i fondi marini, dei fondi marini e dei loro sottosuoli». Lo stato rivierasco, quindi, può regolamentare l’attività di pesca, in particolare fissare il volume autorizzato di catture, e concludere accordi commerciali con altri stati e operatori della pesca.

Al di là del limite di 200 miglia cominciano le acque internazionali, che rappresentano circa il 64% della superficie degli oceani. Queste acque corrispondono all’80% della biosfera del pianeta e comprendono vasti ambienti oceanici e abissali, che sono tra le zone meno esplorate e documentate della Terra. Nelle acque internazionali la libertà di pesca è condizionata alla disponibilità di tutti gli stati interessati a cooperare al fine di garantire la tutela e la sana gestione degli stock ittici.

Infine, la
zona internazionale dei fondi marini comincia là dove sprofondano le piattaforme continentali. Questa zona sfugge a qualsiasi appropriazione. «Bene comune», deve essere utilizzata «a fini esclusivamente pacifici» e sfruttata «nell’interesse dell’umanità intera». Peraltro, l’adozione nel 1995 di un accordo sullo sfruttamento delle specie migratrici e di un Codice di condotta per la pesca responsabile dimostra che molti paesi iniziano a prendere sul serio la minaccia che grava sulle risorse viventi delle acque internazionali. A livello pratico l’onere di rendere operativi questi e altri fondamentali strumenti giuridici compete agli organismi regionali di gestione della pesca (diciassette, attualmente, per la maggior parte istituiti dopo la seconda guerra mondiale). Ma, poiché si tratta di organismi volontari, poiché gli interessi economici sono spesso più potenti della volontà politica di tutelare l’ambiente, poiché le zone da controllare sono immense e la mancanza di mezzi è sistematica, tali istituzioni sono nella maggior parte dei casi considerate come molto deficitarie. Il risultato è che gli strumenti internazionali esistenti, non applicati in maniera coordinata, stentano a rispondere agli obiettivi per cui sono stati concepiti.


Il fattore economico

Nel suo rapporto sulla svendita degli oceani, basato su dati forniti dall’Organizzazione per lo Sviluppo e la Cooperazione Economica, dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente e dall’Unione Europea, Greenpeace ha analizzato i riflessi dell’apertura dei mercati sull’evoluzione a lungo termine delle risorse ittiche e sui ritorni economici della pesca in alcuni paesi. La conclusione è chiara: la riduzione dei diritti di dogana ha dopato le esportazioni e, in poco tempo, ha determinato uno sfruttamento eccessivo e drammatico degli stock di pesce con valore commerciale. Risultato: ecosistemi marini demoliti e sicurezza alimentare locale minacciata. Per Greenpeace, se non si provvede quanto prima a rafforzare la regolamentazione e a gestire la pesca in maniera rigorosa e puntuale, si devono abbandonare immediatamente i piani di liberalizzazione selvaggia del mercato della pesca, perché l’eccessivo sfruttamento delle risorse che ne deriva ha conseguenze sociali e ambientali gravissime.

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Alcuni paesi, inoltre, sovrasfruttano le risorse ittiche di altri, per mezzo di accordi commerciali che ignorano non soltanto la tutela della biodiversità, ma anche i più elementari diritti di quei popoli che da secoli hanno sviluppato un rapporto armonioso con le risorse. Questi accordi, in generale, sono stretti tra governi di paesi del Nord e governi di paesi poveri, che svendono così le proprie acque territoriali, molto pescose, ma con stock in rapido declino. È il caso, per esempio, dei paesi dell’Africa occidentale. Tali pratiche sono perlomeno discutibili dal punto di vista dei diritti umani e della sicurezza alimentare dei paesi più poveri.

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La globalizzazione e la razionalizzazione dei mercati hanno anche portato all’uso intensivo e al trasporto su grandi distanze di farine di pesce, preparate con pesce commestibile per l’uomo, ma destinate ad alimentare gli animali, compresi quelli domestici. Ogni anno si trasformano 30 milioni di tonnellate di piccoli pesci (acciughe, sardine, sgombri, aringhe, naselli, cicirelli, spratti, merluzzetti bruni) in farina e olio destinati a nutrire polli, maiali e pesci dall’alto valore commerciale.

 

I polli e i suini consumano 6 volte tanto pesce quanto l'insieme dei consumatori statunitesi.... Una grande quantità di pesce è anche usata non solo per nutrire gli animali da compagnia, ma anche per l'allevamento di animali da pelliccia. Secondo uno studio recente realizzato a livello mondiale da un'università australiana, i gatti consumano circa 5,3 milioni di tonnellate di pesce (approssimazione per difetto, Cina esclusa).

La produzione e la richiesta di farina di pesce sono in costante aumento: ad oggi il principale utilizzatore è la Cina.

 


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