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Slow Fish - Le poisson bon, propre et juste
 
 

Attenzione alle etichette


Le etichette possono e devono orientarci.

Secondo la legislazione europea vigente, in etichetta devono essere riportati:

La denominazione comune della specie (il nome scientifico è facoltativo)

• La zona di produzione

• Il metodo di produzione

 

Ad oggi, la data della cattura non è obbligatoria, sebbene se ne stia discutendo in seno alla Commissione.

 

- I prodotti pescati in mare devono riportare in etichetta l’indicazione della zona di pesca. Esistono 12 zone definite dalla Fao.

- I prodotti pescati in acqua dolce devono riportare in etichetta la menzione dello stato membro o del paese terzo di origine del prodotto.

- I prodotti dell’acquacoltura devono riportare in etichetta la menzione dello stato membro o del paese terzo in cui si è svolta la fase di sviluppo finale del prodotto.

 

Le organizzazioni che si occupano di pesce sostenibile ritengono che, per aiutare davvero il consumatore, le etichette dovrebbero essere più esplicite. Alcuni auspicano che si certifichi il pesce servito nei ristoranti. In diverse regioni del mondo si stanno portando avanti varie ricerche per migliorare la tracciabilità.

 

Il pesce eco-certificato

La questione delle eco-certificazioni nel settore ittico è molto controversa e suscita polemiche sempre più accese. Per alcune organizzazioni internazionali della pesca artigianale, le eco-certificazioni sono soltanto un mezzo usato da certe società di pesca e acquacoltura industriali per “ripulire” pratiche poco raccomandabili. Spesso le eco-certificazioni non si applicano ai pescatori artigianali, che ancora oggi nel mondo sono la maggioranza.

 

Allo stato attuale delle cose, i sistemi di certificazione, sebbene imperfetti, sono senza dubbio il primo passo di una politica responsabile in materia di consumo di pesce. Senz’altro è necessario migliorarli e affinarli: renderli più accessibili ai piccoli pescatori e piscicoltori, soprattutto nei paesi emergenti, assicurando una reale imparzialità di fronte ai grossi produttori e rivenditori. Informiamoci quindi, senza ingenuità, sul pesce certificato MCS (Marine Stewardship Council) (o con altra certificazione), sul pesce bio e, se non abbiamo davvero alcun accesso a filiere corte, rivolgiamoci alle proposte delle grandi catene di supermercati che hanno adottato codici di condotta.

 

L’etichetta non è tutto

Gamberetti d’allevamento spacciati per pescati, filetti di limanda venduti per passera di mare, pescecane per spada o perfino tonno, pangasio per merluzzo…

 

Nei prodotti ittici, purtroppo, le dichiarazioni mendaci sono molto frequenti.

 

Se richiediamo soltanto i pesci più commercializzati a livello mondiale (spada, passera di mare, merluzzo, nasello), corriamo il rischio di comprare una specie diversa (meno cara, non ancora sovrasfruttata o poco conosciuta dal mercato), ma che assomiglia a quella che volevamo.

 

Un’etichetta può riportare il nome corretto della specie, ma nascondere il fatto che il prodotto proviene da acquacoltura. I gamberetti allevati in Tailandia, quasi il 30% della produzione globale, spesso sono esportati sotto la dicitura “specie selvaggia”. Molto diffusa è anche la vendita di salmone d’allevamento come “salmone selvaggio”.

Negli Stati Uniti si calcola che un terzo del pesce e dei frutti di mare in commercio siano etichettati con informazioni false. La diminuzione delle risorse, la pesca illegale, le lacune della legislazione e la tentazione diffusa di ricavare, anche con la frode, maggiori profitti sono fattori che hanno ulteriormente favorito la tendenza ad applicare etichette ingannevoli.

 

 


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