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La lunga lotta per i diritti di pesca in Sudafrica


17/05/13


Nel 2005 il Sudafrica varò una politica sulla pesca che ebbe conseguenze devastanti e letali per i piccoli pescatori, ma oggi una nuova politica dà maggior potere alle comunità dei pescatori, motivandole e incentivandole a gestire con responsabilità le loro aree di pesca.
Nel 2005 il Sudafrica varò una politica sulla pesca che ebbe conseguenze devastanti e letali per i piccoli pescatori. I diritti di pesca erano assegnati in base a un sistema di quote individuali di pesca, sviluppato a partire dalle esigenze della grande industria ittica e che ha portato all'esclusione dei pescatori artigianali.


Carsten Pedersen, responsabile di programma per Masifundise, una Ong di Cape Town che lavora con le comunità di pescatori, spiega che cosa accadde: "Quando il ministero tradusse in legge la politica, il 90% dei 30.000 piccoli pescatori del paese fu improvvisamente privato dei propri diritti". La pesca per loro divenne un'attività illegale, e furono trasformati dall'oggi al domani in criminali. Persero la loro fonte di sostentamento e in alcuni casi anche la vita. "Alcuni di loro furono costretti a pescare di frodo nell'Atlantico o finirono annegati perché non potevano fare ricorso a sistemi di sicurezza".


La miseria è ulteriormente avanzata in quelle che già figuravano fra le comunità più povere del paese, e anche i costi psicologici sono risultati elevati: "Se parli con i pescatori, capirai che si sentono privati della loro dignità, che gli sembra di essere tornati ai tempi dell'apartheid, quando non erano nessuno e non avevano il diritto di fare nulla", dice Pedersen.


Ci sono voluti anni di lotte, di impegno politico e di battaglie legali, ma alla fine Masifundise, lavorando insieme a Coastal Links (il movimento dei pescatori e delle loro comunità che ha contribuito a far nascere) nel giugno del 2012 ha ottenuto l'approvazione da parte del governo sudafricano di una nuova politica per la pesca su piccola scala. La politica è attualmente in corso di attuazione.
"È senza dubbio la politica per la pesca più avanzata in Africa", afferma Pedersen, "e forse nel mondo intero". La nuova politica è basata sul sistema tradizionale di pesca su piccola scala e non applica il sistema delle quote individuali ai piccoli pescatori e appoggia su princìpi di equità, che comprendono l'equità di genere, la giustizia e i diritti umani.


La gestione collettiva è uno degli elementi chiave della nuova politica. Le comunità di pescatori dovranno costituire enti legali (ad esempio società cooperative) cui saranno garantiti diritti di pesca anziché quote. Un comitato di gestione collettiva, costituito da rappresentanti degli enti, lavorerà insieme ai dipartimenti governativi per deliberare su aspetti come i diritti di pesca, la sicurezza del lavoro e così via. Per assegnare i diritti di pesca sarà utilizzato un "paniere" composto da specie diverse e il comitato istituirà aree nelle quali la pesca sarà riservata ai piccoli pescatori. I comitati di gestione individueranno anche meccanismi in grado di sostenere il miglioramento dell'intera catena del valore, ad esempio offrendo opportunità alle donne nella lavorazione del pesce e nella creazione di infrastrutture.


Anche il marketing è un aspetto importante del ruolo del comitato di gestione collettiva, afferma Pedersen. "È necessario attuare meccanismi capaci di accrescere il coinvolgimento diretto delle comunità costiere nel marketing. Oggi, ad esempio, i mediatori acquistano le aragoste direttamente dalle comunità e le rivendono a una società di esportazione, che a sua volta le esporta in Asia. I profitti maggiori si realizzano nel tratto superiore della catena. Le comunità costiere hanno, dunque, un enorme potenziale in termini di sviluppo economico e di creazione di impieghi".


Mentre la politica precedente metteva ai margini le comunità di pescatori, il passaggio alla gestione collettiva dà ai piccoli pescatori maggior potere, accresce la loro consapevolezza e li incentiva a gestire le loro aree di pesca responsabilmente. Masifundise oggi opera per cercare di influenzare lo sviluppo delle politiche della pesca dell'Unione Africana in base a criteri simili, e per diffondere globalmente il suo messaggio. "Per noi la rete Slow Fish è importante: consentendo di condividere informazioni, essa può dare un grandissimo contributo allo sviluppo della conoscenza", afferma Pedersen.


"Discutendo con i colleghi di altre parti del mondo, in occasione di eventi come Slow Fish, è sempre più evidente che i pescatori spagnoli, cileni o mauritani devono affrontare in gran parte le stesse dinamiche", sostiene Pedersen. "Non si tratta di un problema che contrappone il Nord e il Sud del mondo". Contrariamente a quanto accade di solito, secondo Pedersen "in questo caso non è il Nord che assiste il Sud, ma il Sud che aiuta il Nord. In Sudafrica abbiamo fatto enormi progressi e in Europa molti possono trarre insegnamenti dal nostro esempio".

 

Carla Ranicki

 



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