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La fallacia delle quote individuali trasferibili


14/05/13

Le Quote Individuali Trasferibili (QIT), note anche come Concessioni di Pesca Trasferibili (TFC), sono programmi di gestione di pesca che privatizzano i diritti di pesca, suddividendo una quantità totale di catture stabilita e assegnandone le quote ai singoli pescatori. I titolari di queste quote possono cederle mediante locazione o vendita. Questi sistemi, che di fatto privatizzano le risorse oceaniche (cioè un bene comune), sono promossi dagli economisti, dai governi e anche dalla Banca Mondiale (attraverso la sua Global Partnership for Oceans).

 

Secondo i loro sostenitori, tali sistemi sarebbero la soluzione alla crisi delle aree di pesca mondiali, una panacea per il problema dell'overfishing. Di fronte alla crescente popolarità di questi meccanismi, aumenta anche il dissenso degli accademici, degli ambientalisti e degli attivisti per i diritti umani. Seth Macinko, professore associato del dipartimento Marino della University of Rhode Island, è uno di questi.
Prima di lavorare in ambito accademico, Macinko si dedicava alla pesca commerciale in Alaska e ricorda di aver sentito parlare di programmi individuali di cattura nel 1980. Da allora, certi interessi si sono consolidati a livello mondiale, e ora quei sistemi costituiscono l'ortodossia nella gestione delle aree di pesca. "Si crede che la proprietà privata crea una logica di gestione virtuosa", dice Macinko, "ma questi sistemi confondono la proprietà con la gestione. A prescindere dal regime proprietario, è necessaria una saggia gestione".


Lo spettro del collasso ambientale è così terrificante, afferma Macinko, che nessuno mette in discussione quell'ideologia, e fanno tutti affidamento su un'unica soluzione che ha però gravi vizi. "Recentemente, i sostenitori delle QIT hanno cercato di convincere l'opinione pubblica che non si tratta di una privatizzazione", sostiene Macinko, "ma il limite di questa argomentazione è che per 60 anni la teoria alla base del sistema ha fatto appello ai diritti di proprietà, e per i suoi stessi sostenitori si tratta di una 'completa privatizzazione degli oceani'".

In realtà, i governi stanno regalando una risorsa pubblica, trasformandola in un diritto di proprietà privata. "Stiamo rubando il futuro", dice Macinko. "Tutti i pescatori delle prossime generazioni dovranno pagare per questi diritti, e dovranno pagare chi i diritti li ha ricevuti in regalo".
Nel 2011, quando il governo conservatore in Gran Bretagna ha cercato di introdurre un provvedimento che trasferiva la proprietà di ampie aree forestali pubbliche al settore privato, le vivaci proteste hanno costretto il governo a tornare sui suoi passi e ad accantonare il progetto. Macinko ritiene che nel mondo la protesta contro la privatizzazione dei diritti di pesca non sia stata così incisiva, eccetto la campagna organizzata dagli studenti universitari in Cile.


Nonostante Macinko riconosca la bontà di programmi basati su quote stabilite in base a criteri conservativi, "ciò non significa che i diritti debbano essere regalati. Inoltre, se si è davvero convinti che la proprietà sia il fattore chiave, deve essere proibito l'affitto delle quote. Al mondo non esiste però, che io sappia, tale limite, perché gli economisti credono nel libero mercato. Di conseguenza, i diritti sono concentrati in un numero sempre più basso di mani. È una tendenza che può essere osservata in tutto il mondo", dice Macinko. "I programmi sono predisposti in modo da ridurre il numero delle imbarcazioni da pesca; gli operatori principali si consolidano, grazie al trasferimento a loro beneficio dei diritti da parte dei piccoli operatori". Nel primo anno di introduzione delle Itq in Alaska, per la pesca del granchio reale, il numero delle imbarcazioni da pesca passò da 250 a meno di 80. "Ma sbarazzarsi delle piccole imbarcazioni da pesca non significa ridurre la capacità di cattura". "In Danimarca", afferma Macinko "hanno reinvestito in una flotta composta da un numero minore di imbarcazioni più grandi e tecnologicamente sofisticate".


Macinko ritiene che la soluzione sia un programma di quote di cattura basato sulla proprietà pubblica. Invece di trasferire le quote a titolo definitivo e gratuito, esse potrebbero essere cedute, sulla base di royalties, per periodi dai tre ai cinque anni. "Dicono di non voler far pagare i pescatori, ma con il sistema in vigore i diritti vengono attribuiti a un gruppo selezionato che a sua volta impone costi ai pescatori". I diritti devono essere detenuti dalle autorità locali o dalle comunità, anziché dai governi nazionali. Grazie alla proprietà pubblica non vi sarebbe concentrazione: le comunità potrebbero stabilire le quantità locate ai singoli o alle società e i diritti non sarebbero trasferibili, accrescendo il senso di responsabilità sociale. Ci sarebbero maggiori opportunità per politiche pubbliche di ampio respiro, ad esempio, e se non si desiderano imbarcazioni da pesca di grandi dimensioni è possibile imporre limiti. "Alla fine", dice Macinko, "è la società a dover decidere nel proprio interesse, anziché affidarsi ciecamente alle forze del mercato".



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