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L'accaparramento degli oceani: saccheggio di un bene comune


26/04/13

Gli oceani e le aree costiere sono da sempre luoghi privilegiati del nostro immaginario, delle nostre culture e dei nostri costumi, delle nostre economie e dei nostri stili di vita. Per decine di migliaia di anni le comunità umane stanziate lungo le coste hanno sfruttato le risorse del mare, e oggi sempre più persone stanno facendo altrettanto. Attualmente oltre il 60% della popolazione mondiale vive in aree costiere. È inevitabile che la sollecitazione delle risorse naturali aumenti di conseguenza, con fenomeni come la pesca, l'inquinamento, il turismo, e altre forme di sfruttamento dei mari.


Molte comunità costiere di tutto il mondo si trovano ad affrontare una sempre maggiore pressione proveniente dalle aree dell'entroterra, unita al progressivo scarseggiare delle risorse marine e costiere. In questo contesto di diminuzione delle risorse a fronte di una domanda in costante crescita, di diffusione di una maggiore consapevolezza ambientale, ma anche di dinamiche capitaliste di tipo speculativo applicate a beni comuni, è inevitabile interrogarsi in modo più specifico che mai sulle risorse marine da cui tutti dipendiamo e sulle varie forme di accaparramento indiscriminato di cui gli oceani sono oggetto. Non solo l'accaparramento degli oceani sta compromettendo la sicurezza alimentare dei paesi in via di sviluppo, ma la privatizzazione delle risorse marine (che è solo un'altra forma di accaparramento, anche quando viene decantata in termini di sostenibilità ecologica) ha conseguenze sempre più gravi per i piccoli pescatori, per le comunità costiere e per l'ecosistema.

 

Accaparramento degli oceani e sicurezza alimentare

 

Una delle tante forme di accaparramento degli oceani è direttamente legata al problema della sicurezza alimentare, perché nel Sud del mondo i prodotti ittici vengono prelevati in modo massiccio da grandi flotte straniere ed esportati all'estero, lasciando le piccole flotte di pescherecci locali quasi del tutto incapaci di nutrire le popolazioni del posto, per le quali spesso il pesce è la principale fonte di proteine. Olivier de Schutter, relatore speciale per le Nazioni Unite sul diritto al cibo, ha dichiarato: "Il cosiddetto ‘accaparramento degli oceani' - che si tratti di accordi ambigui e poco trasparenti tali da compromettere la sopravvivenza dei piccoli pescatori, di pescato non dichiarato, dell'invasione di acque protette o dell'incetta deliberata di risorse essenziali per la sopravvivenza delle popolazioni locali - rappresenta una minaccia non meno seria di quello che chiamiamo ‘accaparramento delle terre agricole'".

In Africa sono soprattutto le grandi navi dell'Ue, della Cina e della Russia a fare incetta di risorse indispensabili per la popolazione. Perfino quando si tratta di attività legali e documentate, le flotte godono di sussidi generosi che le avvantaggiano e non subiscono direttamente i costi del depauperamento delle risorse ittiche e del degrado delle risorse. In simili condizioni la pesca diventa un'attività industriale altamente lucrativa, anche a costo di ledere il diritto al cibo di milioni di persone.


I nuovi regolamenti europei esigeranno che le flotte di pescherecci degli stati membri applichino anche all'estero le norme che valgono nelle acque dell'Ue. In altri termini, non potranno superare i limiti definiti dal principio del Rendimento Massimo Sostenibile (RMS). Non sarà facile applicare le nuove regole, perché in molti casi mancano i dati necessari per calcolare il RMS di questa o quella specie. Anche se quei valori fossero noti, però, le grandi flotte potrebbero comunque impedire alle flotte più piccole di accedere a una quota congrua di risorse ittiche anche senza oltrepassare i limiti del Rendimento Massimo Sostenibile.


In secondo luogo, nonostante alcuni accordi commerciali bilaterali dispongano che una parte del compenso economico debba essere destinato allo sviluppo delle infrastrutture costiere, andando a beneficio delle flotte locali, moltissimi accordi non prevedono alcuna clausola in quel senso, oppure le nuove infrastrutture finiscono per avvantaggiare in modo esclusivo le grandi industrie della pesca, rendendo ancora più arduo l'accesso alle risorse oceaniche da parte dei piccoli pescherecci. "In Mauritania gli stabilimenti cinesi per la produzione di farine di pesce stanno spuntando come funghi a un ritmo allarmante", dichiara Nedwa Moctar Nech, coordinatrice del presidio Slow Food della bottarga di muggine delle donne Imraguen. "Quelle fabbriche trasformeranno tonnellate di pesce includendo molti giovanili (avannotti)", spiega.

 

Privatizzazione della pesca

 

La privatizzazione della pesca, di per sé, non è nulla di nuovo, ma probabilmente si tratta della forma meno nota di accaparramento degli oceani, almeno per il grande pubblico. Per oltre quarant'anni le teorie economiche dominanti hanno promosso la privatizzazione dell'accesso alle risorse ittiche in un'ottica di massimizzazione dei profitti. La privatizzazione comporta una ridefinizione dei diritti di accesso o dei privilegi di sfruttamento di risorse ittiche libere, comuni o dello stato, aumentando il livello di attribuzione di queste risorse pubbliche a privati. Di recente questa tendenza è stata presentata anche come risposta alle preoccupazioni ambientali relative alla salute dei mari e ha ottenuto così il sostegno di una parte del pubblico. Spesso chiamato razionalizzazione, piuttosto che privatizzazione, questo fenomeno domina ormai le discussioni politiche sulla pesca a livello mondiale.


Funziona grossomodo così: se si dà credito al paradigma della cosiddetta "tragedia dei beni comuni", secondo la quale se i mari appartengono a tutti non appartengono di fatto a nessuno, i pescatori sarebbero inevitabilmente portati a comportarsi come attori di un sistema di concorrenza spietata e mossi esclusivamente dall'interesse individuale, costretti a gareggiare in modo sempre più aspro per lo sfruttamento delle risorse, accelerando inevitabilmente il degrado degli ecosistemi marini. Questo ragionamento sembra scorrevole e sensato, così come lo sembra anche la soluzione "razionale" prospettata, cioè la privatizzazione. Per ciascuna concessione è definito un tetto massimo di pesca detto TAC (Total Allowable Catch), e quel valore viene diviso per il numero di pescherecci in forza alla flotta in base al rendimento "storico" di ciascuna imbarcazione sull'arco degli ultimi cinque anni (nel corso dei quali i pescatori meglio informati hanno dato luogo a un'autentica "corsa alle quote", pescando il maggior volume di pesce possibile e prendendo di mira specie di particolare rilevanza strategica). I diritti di accesso a una risorsa comune si trasformano così in diritti di proprietà privata detti tra le altre cose Quote individuali trasferibili (ITQ) o Concessioni di pesca trasferibili (FTC), merci che è possibile vendere e acquistare.


Questa doppia retorica della privatizzazione, economica da un lato, ambientale dall'altro, è propagandata con ogni mezzo dai media e dalle lobby, e ha trovato moltissimi influenti sostenitori, interessati a promuovere una situazione in cui sempre più spesso il pesce diventa proprietà di alcuni soggetti abbienti, molti dei quali si sono limitati a pescare nel posto giusto al momento giusto.


L'ultimo passo è stato la fondazione di una Global Partnership for Oceans, avviata dalla Banca mondiale al vertice Rio +20 con l'obiettivo di federare stati, imprese, istituti di ricerca, fondazioni e organizzazioni ambientali in vista della protezione degli oceani, ma senza coinvolgere le imprese dedite alla pesca, e per giunta promuovendo al contempo un ampio programma di privatizzazione. L'efficace Appello ai governi diramato dal Forum mondiale dei pescatori e del Forum mondiale dei pescatori e dei lavoratori della pesca ha denunciato la tendenza globale all'utilizzo dei diritti di proprietà privata come strumento per la gestione delle risorse ittiche del pianeta. I portavoce delle due organizzazioni hanno invitato i governi a privilegiare un approccio orientato ai diritti umani.

 

Le retoriche della privatizzazione non tengono conto del fatto che il depauperamento delle risorse ittiche è più una diretta conseguenza di una strategia di industrializzazione che nel corso degli ultimi decenni ha modernizzato e sviluppato le flotte, che non di una innata avidità di singoli esseri umani. Il nesso tra privatizzazione e tutela ambientale, inoltre, è ancora tutto da dimostrare. In realtà la privatizzazione favorisce una logica speculativa che ricompensa gli investimenti finanziari nelle concessioni di pesca, piuttosto che il lavoro. Per giunta i diritti di proprietà finiscono immancabilmente per passare di mano, concentrandosi nelle mani di proprietari localizzati nei grandi centri urbani, o per divenire oggetto di pratiche di affitto o subappalto tali per cui il titolare dei diritti e il pescatore non coincidono più. Sono soltanto due esempi di un fenomeno che tende a favorire l'accumulazione della ricchezza attraverso processi di espropriazione. "Fino all'80% del valore del mio pesce una volta scaricato a terra serve a affittare il diritto di pesca", spiega Dan Edwards, un pescatore dell'Isola di Vancouver, dove la "razionalizzazione" delle quote di pesca si è affermata da oltre un decennio. "È una situazione che può portare alla disperazione", prosegue, "alla minima difficoltà si è rovinati, e per giunta non resta alcun margine da reinvestire nella modernizzazione delle proprie navi, senza parlare delle infrastrutture. La maggior parte dei ricavi va a persone che non si preoccupano neanche più di pescare. Per quel che ne so, potrebbero anche vivere dall'altra parte del pianeta".


Allo stato attuale delle cose, 35 nazioni hanno ristrutturato le grandi concessioni ittiche varando oltre quattrocento programmi di accesso privatizzato per gestire la pesca di oltre 850 specie. Nella maggior parte dei casi le flotte locali si sono rimpicciolite e hanno finito per concentrarsi in poche mani. Nel mare di Bering il numero di flotte locali è diminuito del 30%, e in Nuova Zelanda oltre l'80% dei diritti di pesca è monopolizzato da una dozzina scarsa di soggetti industriali. "Avevamo 1400 navi in Islanda, e metà di queste sono state distrutte con i bulldozer a neppure 44 mesi dall'introduzione dei programmi di ‘razionalizzazione' delle quote di pesca", riferisce Arthur Bogason, copresidente del Forum mondiale dei pescatori.
Questi temi sono presentati in modo che fa apparire qualunque resistenza alla privatizzazione come ostruzionismo rispetto a una gestione più efficace degli ambienti marini e delle risorse, quando in realtà si tratta di contrastare una logica economica dominante che promuove la mercificazione dei diritti di pesca in un'ottica di massimizzazione dei profitti.


Tra le altre cose, la logica della privatizzazione nasconde il fatto che in moltissime aree del mondo le risorse comuni sono gestite collettivamente in modo efficace. Alcune di queste sono state studiate dal premio Nobel Elinor Ostrom, esperta di gestione dei beni comuni. Le comunità di pescatori hanno provveduto a creare dal basso istituzioni di autogoverno per la condivisione e la gestione delle risorse locali, perfino in contesti segnati da una rapida evoluzione tecnologica e culturale. È il caso delle prud'homies del Mediterraneo francese, un'istituzione locale con millenni di storia alle spalle.

 

Le implicazioni ad ampio raggio della privatizzazione

 

L'accaparramento degli oceani non è limitato alla privatizzazione dei diritti di pesca, che è solo il primo stadio di un processo di controllo sistematico dell'intero ecosistema marino a beneficio di industrie come quella del turismo, dell'estrazione di gas e petrolio, dell'acquacoltura, dell'estrazione di materie prime destinate a un utilizzo farmaceutico, del trasporto marino e delle bioenergie (senza dimenticare, in certi casi, le attività militari).


La comunità del cibo Terra Madre degli Ikoot di San Mateo del Mar, in Messico, è stanziata in un'area semidesertica di Oxaca. La loro principale risorsa economica è la pesca. I membri della comunità stanno lottando contro un progetto che prevede l'installazione di un impianto per la produzione di energia eolica nella loro laguna, che annienterebbe le loro risorse vitali. In Sri Lanka i membri di NAFSO, un'organizzazione locale che federa oltre 30.000 pescatori e i loro famigliari, lottano contro l'appropriazione della loro laguna a scopi turistici. Nella regione di Tamil Nadu le donne che praticavano la raccolta delle alghe marine sono state scacciate dai territori dei loro antenati con l'istituzione di una colossale Area Marina Protetta, definita dalle autorità senza consultare i diretti interessati. Gli esempi si potrebbero moltiplicare. È sufficiente gettare uno sguardo a una carta dell'estrazione del petrolio e del gas naturale da giacimenti marini, anche solo in Europa, per rendersi conto delle implicazioni. Nel frattempo l'acquacoltura sta guadagnando terreno in tutto il mondo. L'Unione Europea, per esempio, prevede una crescita del 40% del settore sull'arco di 10 anni, e non sembra affatto disposta a limitare questa pratica a stabilimenti a vasche chiuse o senza accesso diretto sul mare, o alle specie ittiche non carnivore.

 

Verso un modello diverso

 

Olivier de Schutter ha rivolto un appello ai governi per invitarli a riconsiderare i modelli da loro sponsorizzati. Tra le altre cose ha sottolineato che attualmente i piccoli pescatori garantiscono un maggiore rendimento per litro di carburante rispetto alle grandi flotte industriali, e per giunta scartano meno pesce.


Un modello di nuova concezione deve porre l'accento sulla gestione comune delle risorse oceaniche su scala locale per mezzo di strumenti capaci di coinvolgere i piccoli pescatori e altri soggetti locali interessati la cui sopravvivenza dipende dal buono stato di salute degli oceani, consentendo loro di partecipare pienamente alla catena di valore. Al tempo stesso è necessario disincentivare i grandi progetti di sviluppo su scala industriale che rischiano di compromettere le loro risorse vitali. I diritti di pesca e i piccoli pescatori devono diventare parte integrante delle strategie nazionali incentrate sul diritto al cibo.


Il relatore speciale ha concluso con queste parole di speranza: "È possibile, anzi necessario sottrarre queste risorse al saccheggio industriale per trasferirne il nuovamente godimento alle comunità locali".

 

Autora: Michèle Mesmain, coordinatrice della campagna Slow Fish

 

Il problema dell'accaparramento degli oceani è stato introdotto e dibattuto dalla rete Slow Fish in occasione di Terra Madre 2012 e sarà oggetto di una conferenza e di varie workshop in occasione di Slow Fish 2013 a Genova.

 

Bibliografia consigliata (in lingua inglese)

 

- Fisheries Privatization and the Remaking of Fishery Systems, Courtney Carothers and Catherine Chambers, in "Environment and Society. Advances in Research", vol. III, n. 1, 2012
- Elinor Ostrom, Governing the Commons, Cambridge (MA), Cambridge University Press, 1990.
- Property and fisheries for the twenty-first century: seeking coherence from legal and economic doctrine, Seth Macinko e Daniel W. Bromley
- Neoliberalism in the oceans: "rationalization", property rights, and the commons question, Becky Mansfield

 



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