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Il nostro veleno quotidiano


France - 25/03/2013

L’inizio della primavera corrisponde, nei campi, alla ripresa dell’utilizzo massiccio di pesticidi.
Per questo vogliamo parlare di un libro tradotto in molte lingue e del documentario omonimo: Il veleno nel piatto.

A quanti si interessano del lato oscuro del sistema agroalimentare attuale il nome di Marie-Monique Robin non suona come una novità. Giornalista d’inchiesta, scrittrice e documentarista, l’autrice si è distinta, in un recente passato, per la pubblicazione di Il mondo secondo Monsanto (Arianna Editrice, 2009), un saggio che, forte di tre anni di ricerche sul campo, smontava, punto per punto, le controverse politiche del leader mondiale nella produzione di organismi geneticamente modificati.

Come il suo precedente lavoro, anche Il veleno nel piatto è frutto di un lungo processo di elaborazione, ed è il risultato di un’indagine accurata che si è avvalsa di diversi tipi di risorse: l’imponente lavoro di ricerca precedente, i documenti d’archivio reperiti presso avvocati, organizzazioni non governative, esperti e privati, e una messe di colloqui e interviste realizzati nei 10 paesi su cui si è focalizzata l’inchiesta.

Il risultato è un lavoro corposo, indispensabile per chiarirsi le idee sulle insidie nascoste nel nostro cibo quotidiano. A corroborare la propria tesi l’autrice cita innumerevoli casi di agricoltori ammalati per essere stati troppo a lungo a contatto con agenti inquinanti, bambini che hanno sviluppato patologie fin dal ventre materno e l’aumento vertiginoso degli ammalati di tumore, aumento che non si può giustificare adducendo semplicemente la motivazione dell’aumentata longevità della popolazione mondiale né tantomeno attribuendo al tabacco tutte le responsabilità.

Il cancro è davvero una “malattia della civiltà”. Affermandolo, Robin riprende molti lavori precedenti al suo, tra cui Primavera silenziosa di Rachel Carson, che Robin giudica ancora attualissimo a 50 anni dalla sua pubblicazione: «Mentre l’agricoltura chimica conquistava il mondo, era la prima volta che uno scienziato osava mettere in discussione il modello agroindustriale, un modello che avrebbe dovuto aprire le porte alla ricchezza e al benessere universali, denunciando metodicamente i guasti provocati dagli “elisir di morte” sulla fauna selvatica ma anche sugli uomini».

Se ci interroghiamo sul valore di una ricerca come quella di Robin a 50 anni di distanza dai lavori che l’hanno preceduta, la risposta sta in una battaglia che è ancora lontana dall’essersi conclusa. In questi 50 anni le malattie della civiltà sono aumentate, così come il quantitativo di pesticidi, fungicidi ed erbicidi immessi nell’ambiente. E, per di più, l’agroindustria ha affinato le proprie armi, ad esempio finanziando studi al servizio esclusivo degli interessi privati ed esercitando tutta la propria influenza nelle sedi decisionali.

L’industria sembra averci convinti di dogmi “scientifici” che, invece, vanno completamente rivisti o che sono privi di fondamento. Ad esempio, formulando il principio della “dose giornaliera accettabile” (Dga), cioè la dose di un pesticida o di un additivo alimentare – un veleno – che un essere umano potrebbe ingerire quotidianamente senza ammalarsi. Quello della Dga è un principio completamente arbitrario. Robin ce lo dimostra.

Ma, oltre che consigliandovi un lavoro fondamentale, l’inizio della primavera lo festeggiamo anche segnalando un evento: in Francia, regione che a livello europeo vanta un triste record nell’abuso di prodotti chimici, da otto anni si organizza la Settimana per le alternative ai pesticidi, 10 giorni di eventi dal 20 al 30 marzo, per protestare ma soprattutto per informare il pubblico sull’esistenza di alternative concrete. Ideato da Générations Futures, l’evento vede quest’anno il coinvolgimento diretto di alcuni convivia Slow Food: quello di Languedoc, Roussillon et Narbonne ha in programma un’intera settimana di dibattiti, visite presso i produttori e proiezioni; quello di di Tours-Val de Loire, invece, ha organizzato una marcia con l’associazione di Pierre Rabhi, Colibris, per denunciare l’utilizzo indiscriminato di pesticidi.





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