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L’etichetta secondo Slow Food


Italy - 19/03/2013

L’idea di “etichetta narrante” ha già alcuni anni di storia alle spalle. Slow Food ne ha parlato per la prima volta a Cheese 2011, partendo dalla constatazione che, troppo spesso, le etichette dei prodotti in commercio non contengono tutte le informazioni utili al consumatore che voglia avere una conoscenza più approfondita del prodotto che sta acquistando.

Le etichette alimentari infatti, anche se a norma di legge, spesso lasciano senza risposta molte delle nostre domande: sulla qualità delle materie prime, sul tipo di agricoltura o allevamento da cui provengono, sul reale valore nutritivo degli ingredienti. Al momento, non sono molte le etichette in grado di fornire vera informazione. Inoltre non sempre i consumatori hanno gli strumenti per comprenderle appieno.

Quello che sempre più spesso chiediamo a un prodotto è di raccontarci una storia. Ma attenzione: alla parola “storia” vogliamo attribuire il significato migliore, cioè quello di “narrazione sistematica e critica”. Perché di storie inventate e mistificanti, che alludono a mondi contadini bucolici, a presunte tecniche tradizionali o a vaghi richiami a sapori antichi in circolazione ce ne sono fin troppe …

Fortunatamente la riflessione su un’etichettatura più chiara e comprensibile, pensata per proteggere la salute e gli interessi dei consumatori, la si sta facendo anche a livello europeo. A questo proposito Slow Food ha accolto con favore il Regolamento (UE) n. 1169/2011, che sarà applicato in tutti gli Stati membri dal 13 dicembre 2014 e che introduce alcune importanti novità rispetto alla normativa precedente. Ad esempio, l’obbligo di indicare la provenienza e l’origine dei prodotti, che è stato esteso anche alle carni ovine, suine, caprine e avicole e, ancora, l’obbligo di specificare l’olio vegetale impiegato. Allo stesso tempo, però, continuiamo a lamentare la scarsità di elementi che consentano un reale approfondimento e che ci portino davvero a conoscere la storia del prodotto che abbiamo nel piatto.

Leggendo l’etichetta narrante di un prodotto, invece, avremo la possibilità di scoprirne tutta la storia… Della provola delle Madonie, ad esempio, scopriremo non solo che si tratta di un formaggio vaccino a latte crudo, ma anche che Grazia Invidiata, la produttrice di questo formaggio siciliano, ha un piccolo allevamento di un’ottantina di capi, allevati allo stato semibrado e nel rispetto del loro benessere. Scopriremo che quelle vacche si nutrono al pascolo durante l’estate, mentre d’inverno sono alimentate con fieno locale, e sapremo che quell’erba e quel fieno sono integrati con una miscela di cereali sfarinati, secondo i princìpi dell’agricoltura biologica. Sapremo che nella loro dieta non rientrano né gli insilati di mais né gli Ogm. E avremo tutte le informazioni sul metodo di lavorazione, di stagionatura e per una corretta conservazione, una volta che avremo acquistato il prodotto.

Questo cammino verso la completa trasparenza dell’etichetta Slow Food non lo sta percorrendo solo con i Presìdi, ma anche con Alce Nero, un marchio che identifica oltre 1000 agricoltori e apicoltori in tutta Italia, impegnati a produrre cibi buoni, sani e che nutrono. In Alce Nero abbiamo infatti individuato un primo importante collaboratore su questa tematica e stiamo lavorando insieme per dotare anche i loro prodotti – riso, passata di pomodoro, miele… – di un’etichetta narrante.

Siamo convinti che l’etichetta narrante faccia davvero la differenza. Una differenza per il consumatore, che vedrà tutelata la propria salute e soddisfatte tutte le proprie domande, ma anche per il produttore, che potrà raccontarci la propria storia. E vederla adeguatamente valorizzata.


Per saperne di più, leggi il Position Paper di Slow Food sull’etichettatura.


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