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Slow tourism: una via d’uscita dalla crisi?


Italy - 15/11/2012

Il Portogallo, l’Italia, la Grecia e la Spagna sono oggi designati con il poco esaltante acronimo PIGS: sono i rami morti dell’Europa, i paesi tossici, paralizzati dal debito. Tre Laboratori del Gusto ospitati al Salone del Gusto e Terra Madre 2012, però, hanno presentato prospettive nuove su tre di questi Paesi e sugli sforzi che stanno compiendo per uscire dalla crisi economica tornando a valorizzare la campagna, mettendo al centro i prodotti tipici, quelli intrisi di storia e di cultura, e promuovendo forme di turismo capaci di andare al di là dei soliti cliché: sole, spiagge, mare...

La Grecia è finita sotto la scure della crisi finanziaria e anche il suo comparto vinicolo ne ha gravemente risentito. Antonios Kioseoglou, enologo della cantina Kir-Yianni e membro del convivium Slow Food di Tessalonica Est, ha rivelato a Torino che i Greci hanno praticamente smesso di comprare vino. “Le vendite sono scese del 20-30% - ha dichiarato - stiamo lavorando giorno e notte per promuovere i nostri vini nel mondo e far conoscere alla gente i vitigni autoctoni e i pericoli che li minacciano”.

La varietà autoctona Xinomavro, per esempio, è incredibilmente versatile: può servire a produrre vini bianchi frizzanti, rosé frizzanti, rosé fermi, rossi fermi e vini dolci. “Se anche noi iniziassimo a piantare Merlot e Shiraz perderemmo la nostra identità, il nostro cuore, le cose che ci rendono diversi da tutti gli altri”, ha dichiarato Kioseglou. Il suo augurio è che la produzione vinicola possa aiutare a potenziare il turismo in Grecia anche oltre le isole più quotate, predisponendo per esempio una rete di itinerari dedicati all’entroterra greco.

Come le isole greche, anche le Canarie, al largo della Spagna e ad alcune centinaia di chilometri dalla costa nordafricana, sono note soprattutto per il turismo di massa. I visitatori sono 12 milioni all’anno (a fronte di una popolazione di 2 milioni nell’intero arcipelago). A partire dagli anni Settanta del secolo scorso, l’esplosione del turismo ha cambiato completamente l’economia delle isole spagnole: la pesca, l’agricoltura e le altre attività tradizionali sono state praticamente abbandonate, tanto che oggi quelle voci rappresentano poco meno del 5% del Pil, spiega Jorge Manuel Zerolo Hernández, agronomo, produttore di vino e membro del convivium Slow Food di Tenerife. Negli ultimi anni il volume di turisti in arrivo è rimasto costante, ma i turisti tendono a fare soggiorni sempre più brevi e a spendere meno. “Per rimediare ci stiamo sforzando di dare visibilità all’altra faccia delle Canarie, sposando turismo e agricoltura”, spiega Zerolo Hernández. Gabriel Morales Frances, produttore di vino e fiduciario del convivium di Tenerife, ha spiegato che i vini e i formaggi proposti in assaggio nel laboratorio sono “un buon esempio di quello che le isole spagnole possono offrire oltre al sole e alle spiagge”.

Carlo Catani, ex direttore dell’Università delle Scienze Gastronomiche, ha diretto uno dei laboratori. “La crisi sta riducendo i posti di lavoro legati al turismo - ha spiegato - ma al tempo stesso sta riportando in auge il lavoro agricolo e le cose straordinarie che alcuni sono riusciti a fare in questo campo possono contribuire a rendere il turismo molto più ricco e vario. Il turista può visitare l’entroterra, scoprire il paesaggio e la storia del territorio e vivere un’esperienza più completa e appagante”.

Le Canarie vantano un’antica tradizione di prodotti tipici legati al microclima delle varie isole, e queste tradizioni sono una risorsa. Il formaggio preparato con il latte crudo delle razze autoctone di capre, pecore e bovini diffuse sulle isole, come il queso palmero, realizzato con il latte delle capre palmera, oppure un formaggio di pecora fatto con un caglio vegetale ricavato da una varietà di carciofo che cresce solo qui.

I vini di malvasia sono stati storicamente uno dei primi prodotti di esportazione delle Canarie: i conquistadores spagnoli li importavano nelle Americhe e autori come Shakespeare, John Locke e Kant citano il vino della Canarie per esemplificare il concetto di piacere dei sensi. Esistono diverse varietà di uve malvasia che, a seconda delle tecniche di vinificazione, danno un vino bianco fresco e secco oppure il vino dolce e complesso prodotto con il metodo Solera, che può essere invecchiato anche per decenni.

Anche la regione dell’Algarve, nel Portogallo meridionale, è da tempo sinonimo di turismo di massa: pacchetti vacanze, campi da golf, spiagge con hotel di lusso. Eppure quella regione, per quanto brulla, è un autentico tesoro di prodotti tradizionali: sale marino, patate dolci, olio extravergine di oliva, budino di sangue, chouriço, prosciutto stagionato, formaggio di capra, vini ricavati da vitigni indigeni e liquori aromatizzati alla mandorla, al miele e alla carruba.
Rosa Dias della Quinta da Fornalha, un’azienda agricola organica, ci fornisce alcuni esempi di agricoltura sostenibile, ecoturismo e vendita di prodotti biologici che stanno contribuendo a rivitalizzare le quintas, cioè le piccole aziende agricole portoghesi. La giovane imprenditrice prepara tartufi, conserve, liquori e chutney a base di carrube, mandorle e fichi, scommettendo sulla qualità degli ingredienti per prevalere sui prodotti industriali.

“In campagna erano rimasti solo gli anziani - spiega Otília Eusébio, fiduciaria di Slow Food Algarve - Con la crisi, però, i giovani stanno tornando a interessarsi alla campagna. Non tutto il male viene per nuocere. Per la prima volta dopo tanti anni i giovani riscoprono l’orgoglio per le loro tradizioni. Si stanno lasciando alle spalle le rovine della globalizzazione”. Anche l’Algarve, come le Canarie e la Grecia, sta cercando di superare il modello del turismo di massa. “Non vogliamo che questa regione si riduca a una meta turistica che depaupera il territorio e lo sfrutta fino all’osso. Vogliamo un turismo slow. Negli ultimi tempi – conclude - la gente sta riscoprendo il vero Algarve.
L’Algarve artificiale dei depliant turistici non interessa più”.


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