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Politica comune della pesca

Le comunità della pesca fanno parte di un ecosistema fragile che dobbiamo proteggere



La pesca è una questione di importanza cruciale per i seguenti motivi:

  • la salute degli oceani è fondamentale per la nostra sopravvivenza sulla Terra;
  • gli oceani sono molto sensibili alle attività antropiche e ne subiscono pesantemente le conseguenze, che si tratti di attività svolte sulla terraferma o direttamente in mare (per approfondire l'argomento, tutte le informazioni sono disponibili nel sito della campagna Slow Fish);
  • un'ampia e crescente porzione della popolazione mondiale vive in aree costiere (il 44%);
  • la pesca attinge agli stock ittici selvaggi in un ambiente ampiamente ignoto;
  • comprendere e monitorare gli ecosistemi acquatici è molto complesso;
  • la maggior parte delle risorse alimentari prelevate dal mare non rispetta i confini nazionali (i pesci di grossa taglia sono prevalentemente migratori e nuotando attraversano diverse acque territoriali).

 

Tutto questo significa che i problemi che affliggono gli oceani e la terraferma sono strettamente interrelati e non possono essere risolti senza un impegno coordinato da parte di tutte le popolazioni e di tutti i paesi, su molti fronti diversi.


Come nel caso dell'agricoltura, inizialmente la Politica Comune della Pesca (PCP) si occupava soprattutto dello sviluppo economico delle attività di pesca e mirava a garantire l'accesso alla maggior quantità di prodotti ittici possibile, al minor prezzo possibile, promuovendo e consolidando così le grandi flotte industriali.


È vero che questa strategia ha raggiunto il suo obiettivo iniziale: in effetti, mai prima d'ora l'accesso al pesce è stato così ampio e diffuso.

Tuttavia, poiché sottovaluta ampiamente gli effetti della pesca eccessiva, la distruzione degli habitat e i danni all'equilibrio dell'ecosistema, oltre al cambiamento climatico e all'inquinamento, la strategia ha ormai raggiunto i propri limiti.


È giunto il momento di orientare i nostri sforzi alla conservazione degli oceani e alla sussistenza delle comunità di pescatori, che utilizzano metodi molto più sostenibili, conoscono le acque in cui pescano, dove pescano meglio di chiunque altro, e garantiscono il benessere dei tanti milioni di persone che vivono in aree costiere.

 

Crediamo che le prime misure presentate dalla PCP siano insufficienti ai fini della conservazione e non offrano ancora il sostegno sufficiente alle attività di pesca radicate nelle comunità.


Riteniamo che la PCP debba:

  • rafforzare la ricerca scientifica in mare, a livello sia nazionale sia europeo;
  • fornire forti incentivi a tutte le pratiche sostenibili, e al contempo penalizzare tutte le pratiche insostenibili;
  • promuovere un vero approccio territoriale per consentire ai diversi enti rappresentativi delle comunità locali di decidere il modo migliore per gestire le proprie risorse;
  • differenziare le misure applicate alla piccola pesca a livello di comunità da quelle applicate alle attività industriali di larga scala;
  • finanziare l'istruzione e la formazione per promuovere comportamenti sostenibili rispetto a pesca e consumo di prodotti ittici;
  • utilizzare i sussidi negati ai pescherecci insostenibili per incoraggiare i piccoli pescatori ad agire come custodi degli oceani, riconoscendo e sfruttando al meglio le loro competenze e consentendo loro di pescare meno.
  • migliorare la tracciabilità del pescato.


Per saperne di più:


Slow Fish, la campagna di Slow Food per una pesca sostenibile.

Slow Fish è anche un evento, che si tiene ogni due anni a Genova.

Guarda il video Ending Overfishing, realizzato da Ocean2012:



 
 
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